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Resilienza, superare gli eventi critici nel ciclo di vita
Resilienza, superare gli eventi critici nel ciclo di vita

Resilienza, superare gli eventi critici nel ciclo di vita

Cos’è la resilienza ?

La parola resilienza proviene dal latino resilire  che significa rimbalzare, saltare indietro per prendere un’altra direzione.

Nell’ambito della fisica : la proprietà di un metallo di non spezzarsi, ma anche di acquistare una nuova forma dopo aver ricevuto un colpo non così forte da provocarne la rottura, resistenza all’urto, flessibilità, malleabilità, capacità di deformarsi assorbendo una pressione per poi ritornare alla forma precedente quando  la pressione termina.

In Psicologia

Il termine Resilienza è stato utilizzato per la prima volta in psicologia negli anni sessanta, ad opera degli psicologi Statunitensi Werner e Smith con i primi studi sulla capacità e sul processo di riorganizzazione positiva della vita a fronte di eventi traumatici.

Vi sono varie definizioni di questo termine dal punto di vista psicologico:

  • La capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle ed uscirne rinforzati, o addirittura trasformati ( Grotberg E.H.,1995)
  • La capacità di opporsi alle pressioni dell’ambiente con una dinamica positiva di ricostruzione di un percorso di vita…la possibilità di padroneggiare gli eventi (Vanistendael S.,1996)
  • La capacità di un essere umano o di un sistema sociale di svilupparsi positivamente e proiettarsi nella vita in presenza di difficoltà (Vanistendael 2001)

Associato alla resilienza si trova il concetto di empowerment, che designa la capacità di avere padronanza di una situazione oltre al “sentimento di potere” sull’ambiente, connesso al riconoscimento da parte della persona delle proprie competenze in quel particolare ambito.

“Non si tratta soltanto di assorbire il colpo e resistere ma di trovare le risorse per trasformare l’esperienza negativa in qualcosa di costruttivo per la propria vita o per la vita di una comunità” “Costruire la resilienza B. Cyrulnik e E. Malaguti (a cura di) Erikson 2005”

 Traumi: ferite dell’anima

 Siamo tutti potenzialmente vulnerabili ai traumi che potremmo definire ferite dell’anima 

Trauma= ferita, lacerazione, danno    Psiche, psychè = anima

Lo stesso evento può avere un impatto diverso su diverse persone ma anche sulla stessa persona a seconda del momento di vita in cui accade. Non è soltanto la gravità oggettiva a determinare la ricaduta di un avvenimento sull’equilibrio di una persona, infatti spesso ciò che apparentemente sembra insignificante o non grave può avere per qualcuno un impatto traumatizzante.

Gli eventi critici si possono suddividere in:

Singoli eventi che ci accadono, come catastrofi naturali, incidenti, aggressioni, furti,  ma che non sono in connessione diretta  con la nostra storia, ad esempio il terremoto

Traumi relazionali, ovvero esperienze di vita solitamente ripetute che comportano una sofferenza significativa nell’ambito della relazione con l’altro, anche in assenza di minaccia per l’integrità fisica ad esempio  separazioni, violenza domestica, condizioni familiari disfunzionali, lutti, malattie, perdita del lavoro, conflittualità di coppia, condizioni di vita stressanti, problemi lavorativi, problemi economici.

Tutti gli esseri umani sono dotati di un sistema innato di elaborazione adattiva delle esperienze negative di vita. Il nostro cervello così come ogni altro organo del corpo è attrezzato per far fronte alle ferite attivando un naturale processo di auto guarigione per rimarginare le ferite e recuperare un nuovo equilibrio. In media 7-8 persone su 10 dopo un evento traumatico ritrovano spontaneamente un nuovo equilibrio senza alcuna conseguenza patologica. C’è un tempo fisiologico per smaltire l’impatto del trauma sul nostro sistema psichico, si sperimentano emozioni cognizioni su di sé, reazioni di stress e la sensazione di rottura dell’illusione di sicurezza.

Il cervello elabora le informazioni fino a “digerirle” dopo questa fase ciò che ci fa capire di aver elaborato correttamente l’esperienza è il fatto di poterci pensare e poterne parlare senza essere più sopraffatti dalle emozioni e sensazioni

Alle origini della resilienza

Nel domandarci cosa favorisca l’attivazione del  processo di resilienza facciamo riferimento al concetto di prevenzione primaria ossia quell’insieme di  fattori che facilitano la resilienza e che sono già presenti all’interno della persona prima dell’evento critico.

Nel bambino queste condizioni si sviluppano attraverso la relazione, in un lavoro di tessitura interpersonale denominato attaccamento. L’attaccamento è fondato sul bisogno di protezione e sicurezza, Le figure di attaccamento per il bambino sono quelle alle quali si rivolge nei momenti di difficoltà per ottenere protezione e rassicurazione. A seconda di come sono state le prime esperienze di vita e la qualità del legame di attaccamento, l’identità ed il valore di sé che sviluppa il bambino, potranno essere sani e funzionali oppure  fonte di vulnerabilità.

Lo sviluppo di una  base sicura nella relazione di attaccamento costituisce un fattore di protezione primario per il funzionamento resiliente che si basa su :

  • Sentimento di una base sicura interna
  • Stima di sé (sentirsi adeguati)
  • Sentimento di efficacia personale ( convinzione che il proprio agire può avere un’influenza sugli eventi)

All’interno della famiglia vi sono vari fattori di supporto che contribuiscono a rafforzare la capacità del bambino di far fronte alle situazioni critiche, parliamo quindi di resilienza familiare:

  • Comunicazione chiara ed efficace
  • Fiducia reciproca
  • Sostegno
  • Stabilità
  • Prevedibilità
  • Sicurezza

Altri fattori di supporto sono:

  • l’intelligenza
  • Le life skills (abilità di vita): pensiero creativo, pensiero critico, capacità di decidere, capacità di relazionarsi, problem solving, comunicazione efficace, empatia, gestione delle emozioni e dello stress
  • L’attitudine proattiva: di chi considera le potenzialità e gli ostacoli della realtà sapendo che le cose potrebbero non andare bene ma che troverà le strategie per uscirne nel modo migliore

I fattori di rischio che possono ostacolare la formazione di una capacità di fronteggiare le difficoltà in modo efficace sono:

In ambito familiare, carenze affettive e comunicative, attaccamento insicuro, violenza, trascuratezza, rigidità, condizioni difficili di sopravvivenza.

In ambito scolastico, bullismo, assenza di supporto a fronte di difficoltà, alta competitivita’, isolamento, emarginazione.

Fortunatamente laddove troviamo carenze o fattori di rischio questi possono essere compensati dalla presenza di relazioni positive,  mi riferisco alla presenza di quelli che possiamo definire  tutori di resilienza, persone capaci di creare una relazione di fiducia con le quali possiamo entrare in contatto nelle varie aree della nostra esistenza,  capaci di assumere uno sguardo positivo e fornire sostegno.

Anche lo Psicoterapeuta ricopre questo ruolo, in quanto facilita l’emergere dei punti di forza, aiuta a disincagliare dagli scogli dei pensieri ossessionanti e ad esplorare risorse e vulnerabilità.

E’ importante precisare che la resilienza non è mai assoluta e acquisita per sempre, a volte sembra di avere perso questa capacità ma in realtà è sempre possibile riattivarla o incrementarla. La resilienza  permette di superare le difficoltà ma non ci rende invincibili, non significa che ci proteggerà dall’entrare in contatto con la sofferenza ma ci rende più attrezzati nell’attraversarla.

Per attivare il processo di guarigione dobbiamo incontrare la ferita, dobbiamo dialogare e non negare il dolore. Possiamo vedere la ferita anche come “feritoia” ossia fessura che lascia intravedere un possibile nuovo paesaggio.

Concludo con la parola crisi che proviene dal greco Krisis = scelta, quando viviamo una crisi ci troviamo a dover compiere una scelta, paralisi o crescita. E’ molto importante entrare in contatto con la nostra vulnerabilità, accoglierla invece di negarla o combatterla, lasciare che il dolore e tutte le emozioni ci attraversino come se percorressimo  un ponte che non lascia ancora intravedere l’altra sponda ma che sostiene i nostri passi e ci consente di essere in cammino.

 

 

 

 

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